giovedì 27 marzo 2008

Una società non è riformista senza il socialismo

In questo ultimo decennio il dibattito politico italiano si è focalizzato su tematiche non prettamente politiche, che escludevano non soltanto la questione socialista, ma quella ideologia, e persino quella politica tout- court.
Una scelta dovuta forse dall'ondata antipolitica causata da Tangentopoli o da un frainteso modernismo che, nella sua sostanza, faceva vincere quel primitismo della politica tanto denunciato dai politologi più lungimiranti.
Non a caso in questa nuova politica (fanta-politica o video-politica dovremmo dire) i partiti d'ispirazione socialista sono stati messi da parte o hanno rivestito una funzione marginale e residuale nel dibattito e nella pratica politica. Come se i nuovi miti della tecnocrazia, e del modernismo avessero nel socialismo, da sempre incubazione di proposte politiche riformiste, il loro vero nemico.
Non si poteva presentare la tecnopolitica e il modernismo come novità, come palingenesi di una nuova forma di politica più avanzata e giusta, e poi accettare la presenza di una qualsiasi forza socialista nello scenario nazionale.
Era come nelle più banali questioni di potere e di dominio politico: in un dato territorio una sola forza può monopolizzare legittimamente il potere.
Ciò che è accaduto in questi anni è sotto gli occhi di tutti e l'oscuramento mediatico di questi mesi è solo l'elemento più appariscente di una strategia di lungo respiro che ha come suo obiettivo la riduzione del partito socialista ai minimi termini, e la fine della politica così come si conosce nelle moderne democrazie europee.
Qui infatti due forze si contendono democraticamente il potere, una socialista e un'altra cristiano-democratica o conservatrice, con un'alternarsi di potere e di strategie a tutto beneficio della collettività, e con azioni riformiste o conservatrici implementate in base alla forza politica vincitrice.
Le due maggiori coalizioni che si presentano in Italia in queste elezioni, il PD e il PDL, non sono connaturate da nessuna anima riformista e se qualche sparuta personalità politica può vantare ciò, viene dai rispettivi gruppi dirigenti marginalizzata o frustata da una politica conservatrice.
Non soltanto nella politica economica e nel disprezzo del libero mercato e della concorrenza, ma questa mancanza di verve riformista si presenta anche nei rapporti tra i cittadini, nel rapporto stato- religioni, nell'idea di scuola pubblica, etc.   
In più si è creato in questi anni una tale concentrazione di corruzione, clientelismo e di malaffare tale da far sbiadire i fasti di Tangentopoli e far prevedere uno status quo a prescindere dalla forza politica che vincerà le elezioni.
Le parti più conservatrici del paese, le lobby economico- finanziarie, le alte gerarchie religiose, la maggior parte dei mass-media, la burocrazia centrale e locale, le forze dell'ordine e militari sono favorevoli alla conservazione, essendo questi settori estranei alla crisi economica generale, e trovandosi in una situazione di forza e di privilegio sociale, e di assistenzialismo.  

 I socialisti da sempre in Europa, e in modo eccentrico anche in Italia, hanno rappresentato in politica l'anima riformista. L'Inghilterra di Blair, la Spagna di Zapatero sono validi esempi di socialismo riformista, che ha saputo coniugare, in momenti tutt'altro che facili, lo sviluppo e il libero mercato con l'uguaglianza sociale, il rispetto delle libertà individuali con l'ordine e il benessere generale.
Per quanto riguarda invece la storia italiana dobbiamo ricordare due importanti esperienze riformiste: quella del centro-sinistra dei primi anni sessanta e quella del governo Craxi degli anni ottanta che, con tutti i limiti, hanno rappresentato un esempio di politiche riformiste.
Noi parliamo di anni in cui il sistema politico italiano era bloccato e dove l'alternativa alle forze di governo era rappresentato da una forza comunista e non democratica. Non è stato facile per il PSI, di allora, avanzare delle proposte riformiste stando al governo con un partito conservatore. Ma nonostante le difficoltà dei passi avanti sono stati compiuti e nel dopoguerra i periodi di governo più
lungimiranti e avanzati si sono avuti con i socialisti al potere.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, invece che spingere per un'unità delle forze socialiste e post-comuniste, che avrebbe rappresentato un avanzamento per il nostro paese, si è andati invece verso un bipolarismo che oserei definire "a-politico", o "post-politico", dove l'elemento discriminante non è di tipo ideologico o programmatico, ma è determinato dall'appartenenza all'una o all'altra lobby economico-finanziaria, con un evidente indietreggiamento in termini democratici e di partecipazione civile, e con l'incapacità dei governi di fronteggiare con piglio riformista le sfide che la crisi economica impone.
Dopo un quindicennio della cosiddetta Terza Repubblica ci troviamo con un debito pubblico invariato, con tutte le aziende di stato e a partecipazione statale svendute, con un peggioramento del tenore di vita generale, con una perdita del potere d'acquisto, con una recessione economica dietro l'angolo, con una classe politica alla mercé delle lobby economico- finanziarie, religiose, burocratiche, e cosa peggiore con un futuro tutt’altro che roseo.
Ciò è successo perché non si è avuto il coraggio di fare entrare per davvero l’Italia in Europa creando una grande coalizione riformista che guidasse il paese, e fosse forza trainante del rinnovamento.
Oggi ci troviamo di fronte ad un paese allo sbando, sfinito, incapace di competere in un mercato globale sempre più competitivo, che ha lasciato partire i suoi giovani migliori all’estero, che non ha investito nella ricerca e nella scuola, che ha sprecato denaro pubblico mantenendo in vita o creando degli enti inutili e superflui, che non ha investito nelle nuove tecnologie, nelle forme alternative di energia, che non ha liberato il mercato dai dannosi corporativismi, che in tutti i settori della vita pubblica ha premiato gli amici e i parenti e non i capaci e meritevoli, che ha deturpato il territorio e i nostri paesaggi, che ha mercificato e banalizzato la cultura e l’arte italiana.

Scritto da Marco Carbone